Nella tana di Clinton

Nel gran salotto umanitario di Bill Clinton si respira aria di libertà e autodeterminazione dei popoli, c’è anche Chelsea che intervista sottovoce giovani nerd che cambieranno il mondo a minuti; poi ci sono steward con la cravatta scozzese che accompagnano i giornalisti alla toilette, attendono che finiscano di fare ciò che devono e con nordcoreana gentilezza li scortano fino al loro posto. Si sorride molto, in questa alternativa glamour all’Assemblea generale dell’Onu, ma nella precisione con cui la stampa è guardata a vista si scorgono i tratti della paranoia.
17 AGO 20
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New York. Nel gran salotto umanitario di Bill Clinton si respira aria di libertà e autodeterminazione dei popoli, c’è anche Chelsea che intervista sottovoce giovani nerd che cambieranno il mondo a minuti; poi ci sono steward con la cravatta scozzese che accompagnano i giornalisti alla toilette, attendono che finiscano di fare ciò che devono e con nordcoreana gentilezza li scortano fino al loro posto. Si sorride molto, in questa alternativa glamour all’Assemblea generale dell’Onu, ma nella precisione con cui la stampa è guardata a vista si scorgono i tratti della paranoia. Nell’anno elettorale, Clinton, che sta vivendo una seconda o forse terza giovinezza politica, ha invitato i candidati alla Casa Bianca allo Sheraton, ma prima Obama doveva assolvere il suo compito al Palazzo di vetro. Davanti all’Assemblea generale dell’Onu il presidente si è spinto un po’ più in là del protocollo onusiano e con chiarezza inequivocabile ha condannato qualsiasi forma di violenza (“violenza e intolleranza non hanno posto fra le Nazioni Unite”), ha difeso la libertà di espressione come valore universale (e non solo occidentale) e ha ridotto al minimo la parte dell’“apology”, come dice Romney, sul film blasfemo che ha dato una scossa all’antiamericanismo più o meno latente nel mondo musulmano: “Non c’è nessun discorso che possa giustificare la violenza insensata”. Il riferimento alla reciprocità è inoltre quasi un inedito nel repertorio obamiano: “Il futuro non deve appartenere a chi insulta il profeta dell’islam. Ma per essere credibili, quelli che condannano gli insulti devo anche condannare chi dissacra l’immagine di Gesù o distrugge le chiese, o nega l’Olocausto”. Nessuna traccia della parola “terrorismo” o suoi derivati legata all’attacco al consolato di Bengasi che ha ucciso l’ambasciatore Chris Stevens.
Mentre Obama apriva il respiro del dibattito a distanza, Mitt Romney, qualche isolato più in là, imbroccava la battuta: “Se c’è qualcosa che abbiamo imparato in questa stagione elettorale è che due parole di Bill Clinton possono fare un gran bene. Direi che ora devo soltanto aspettare il rimbalzo nei sondaggi”. Poi sulla stessa scena è arrivato anche Obama, a dire l’ultima parola di una giornata tutta apparentemente scritta sul canovaccio della politica estera e delle sfide globali, ma che va inevitabilmente letta in stretta chiave elettorale. Mentre Romney argomentava intorno alla moralità della libertà d’impresa, citando “il mio amico” Arthur Brooks dell’American Enterprise Institute (in un’intervista con il Foglio lui lo ha definito “un ottimo manager”, poi ha parlato soltanto del “mio amico” Paul Ryan) come fonte autorevole, nei corridoi si parlava d’altro. Che è un po’ il canone di questi intensi e fumosi giorni newyorchesi: la testa è sempre altrove. A microfoni spenti si discute soltanto dei sondaggi negli swing state, dei “fuck off” via e-mail mandati da un consigliere di Hillary Clinton al giornalista petulante che a suo tempo mandò un gigantesco “fuck off” di fatto al generale Stan McChrystal (non un segnale di gran forma per il dipartimento di stato); si parla di quanto la versione dell’attacco premeditato contro gli uffici diplomatici americani possa spostare qualche punto percentuale. Ci si chiede se Paul Ryan abbia improvvisamente svenduto la sua ryanitudine per diventare un simulacro di Romney, quando il processo di selezione era stato fatto per ottenere l’effetto contrario. Joe Biden e Paul Ryan sono rispettivamente in Virginia e Ohio, ed è esattamente in quei luoghi che viaggia la mente dei candidati. Romney è pronto per un tour in autobus (il camper era eccessivo) nello stato di Columbus, quello che il Washington Post ha spostato dalla lista degli swing state inserendolo fra i “lean Obama”, avendo il presidente 8 punti di vantaggio nei sondaggi. E negli altri stati contesi il presidente è stabilmente in vantaggio. Obama nel salotto di Clinton è volato alto: lotta alla schiavitù, progresso, pace universale, bambini soldato, sfruttamento minorile, ciglia bagnate. Ma nella campagna vola il più basso possibile, tenendo fede al motto napoleonico: “Non interrompere il tuo nemico quando sta commettendo un errore”.